GUERRA, CENSURA, Tempo Libero, Bitcoin, Blockchain

 
( TEATRO IMMAGINARIO con l' aiuto di ChatGPT & deepseek )
 

PRIMO ATTO

HEDGES: «Se vogliamo fermare le guerre, dobbiamo essere disposti a cooperare anche con coloro che si trovano all’estremo opposto ideologico. La posta in gioco è troppo alta per restare divisi.»

ASSANGE: «Concordo con te sulla gravità della guerra, Chris. Ma dimmi: perché non applichi la stessa logica alla censura? Se la libertà di informazione viene compressa, come possiamo anche solo sapere qual è la posta in gioco?»

HEDGES: «La censura statale è un problema, ma io vedo il vero potere nelle mani di corporation e miliardari che controllano la sfera pubblica. È lì che dobbiamo colpire.»

ASSANGE: «Capisco, ma la censura è la radice che permette a quei poteri di agire impunemente. Senza censura, le guerre non potrebbero essere giustificate, le frodi non potrebbero essere nascoste. Se siamo pronti a unirci con chiunque per fermare una guerra, dobbiamo essere ancora più pronti a unirci per fermare la censura.»

HEDGES: «Quindi stai dicendo che la censura è la condizione di possibilità per tutto il resto…»

ASSANGE: «Esattamente. Zittire le persone è il primo passo verso il controllo di tutto il resto. La libertà di informazione non è opzionale, Chris. È il prerequisito per ogni lotta significativa.»

MUSK: «Vedo che parlate di libertà e pace… ma senza la mia piattaforma, nessuna libertà di espressione… nessuna possibilità di accusare i potenti, nessun modo di fermare le guerre. Ricordate: questa piazza digitale è mia… qui sono riuscito a lanciare un sondaggio che ha rivelato che la maggioranza sostiene il riconoscimento del Referendum in Ucraina.»

(“Secondo un sondaggio su Twitter lanciato da Elon Musk, il 59% dei partecipanti ha votato a favore del riconoscimento dei referendum nelle regioni ucraine recentemente annesse dalla Russia.”

https://x.com/elonmusk/status/1576994262226702336



KIRK: «Vedete? Questo è il potere della partecipazione diretta! Finalmente qualcuno ha osato mettere la decisione nelle mani del popolo. Se vogliamo vera libertà e vera democrazia, dobbiamo incoraggiare strumenti come questo, senza aspettare che sia lo Stato a dirci cosa possiamo sapere o votare.»

LILIN: «Non fraintendetemi… la piattaforma è potente, e il sondaggio è interessante. Ma la verità non può essere misurata solo con i clic o i voti online. La libertà di espressione deve essere protetta dagli abusi, dalle manipolazioni e dagli interessi personali. La sfida è usare questo strumento per informare ed educare.»

MUSK: «Accetto il dibattito… Ma senza spazi in cui le persone possano parlare liberamente, non c’è possibilità di accusare i potenti o di fermare le ingiustizie. Il sondaggio mostra almeno un piccolo segnale di ciò che la comunità pensa.»

ASSANGE: «Questo è il punto centrale! Non basta che un individuo, anche un visionario, controlli la piazza digitale. Dobbiamo costruire sistemi di trasparenza, responsabilità e verifica.»

HEDGES: «Forse questa è la sfida: unire il potere dell’innovazione con la responsabilità etica, senza permettere che una sola persona detti le regole. Non possiamo sostituire la tirannia dello Stato con la tirannia della sala del consiglio e chiamarla libertà.»

MERKEL: «Chi comprende e controlla gli algoritmi che ci influenzano ogni giorno?»

MUSK: «Angela, la tua domanda è valida… ma vorrei ribaltarla. Gli algoritmi non sono forze misteriose; sono strumenti creati da ingegneri, programmatori, e spesso guidati da interessi economici o politici. Il vero problema non è se esistano, ma chi li possiede e quanto siano usati in modo trasparente. Sulla mia piattaforma sociale, ho cercato di renderli più aperti… ho pubblicato il codice, ho invitato la comunità a discuterne. Non dico che sia perfetto, ma almeno non è nascosto in un cassetto a Washington o dietro le porte chiuse di un consiglio di amministrazione. Capire e controllare gli algoritmi significa riportarli sotto il controllo pubblico, non lasciarli alle oscure “scatole nere” di governi e corporation. E se vogliamo parlare di democrazia digitale, questo è il punto di partenza: trasparenza radicale.»

(Le luci si abbassano leggermente. Dal fondo della sala entra uno STUDENTE DELL’ACCADEMIA DI BELLE ARTI, con uno zaino e un tablet. Si ferma al centro del palco, guardando i cinque già presenti.)

STUDENTE: «Adesso è tutta una questione di cultura dell’engagement. È ciò che tiene in vita Instagram e TikTok. La profondità del pensiero non conta… conta solo quanto velocemente riesci a catturare l’attenzione. Un like vale più di un ragionamento.»
(Si rivolge a Musk, rispettosamente ma con tono provocatorio):
«Ecco perché X rischia di morire. Le persone non vogliono più solo discutere. Vogliono essere viste, ricevere reazioni, essere convalidate… all’istante. L’algoritmo premia chi sa giocare con questa sete di attenzione, non chi sa ragionare.»

ASSANGE: «E così la censura non è più solo verticale, imposta dall’alto… ma orizzontale, interiorizzata. Noi stessi scegliamo l’intrattenimento al posto della verità.»

HEDGES: «Allora il vero nemico diventa la superficialità come sistema. Una dittatura morbida, fatta di like e clip da 15 secondi, che rende invisibile ogni idea complessa.»

MUSK: «Eppure… senza spazi come questo, la discussione muore del tutto. Se la velocità divora tutto, chi difenderà ancora la parola scritta?»

ASSANGE: «Ma Elon, sei stato tu stesso a distrarre i tuoi utenti dalla scrittura. Le cosiddette audio room hanno spostato la discussione dalle parole tracciabili al chiacchiericcio fugace. La voce vola via, il testo rimane. E senza testi non c’è memoria, non c’è prova, non c’è verità.»

MUSK: «Capisco la tua preoccupazione, Julian. Ma le audio room non sono state create per cancellare la parola scritta. Sono state create per abbattere barriere, per permettere alle persone di parlare direttamente, senza filtri, senza paura della forma. Non tutto deve essere documento: a volte abbiamo bisogno della voce viva, dell’emozione immediata, dello scambio in tempo reale. La scrittura costruisce memoria, sì… ma la voce costruisce comunità. E senza comunità, la memoria rimane sterile.»

HEDGES: «No, Elon. Se la scrittura può costruire memoria, può anche costruire il futuro. La voce svanisce, la scrittura rimane. E ciò che rimane diventa coscienza collettiva, diventa storia, diventa fondamento per un vero cambiamento. Una comunità senza memoria è solo una folla. Ma una comunità con memoria può diventare un popolo.»

(Ecco l’ingresso di una studentessa cinese di filosofia o comunicazione, che offre una nuova prospettiva e riformula l’intero dibattito.)

(Le luci cambiano leggermente, virando a un tono più freddo. Una giovane donna, LI WEI, si alza da un posto in platea. È calma, con un’espressione di profonda lucidità analitica. Parla non con passione, ma con chiarezza strutturata e penetrante.)

LI WEI: «Questo dibattito è affascinante. Ma è anche… profondamente occidentale. La prospettiva cinese è diversa. Non si basa sul mito del mercato perfetto e auto-correttivo delle idee. Si basa sul principio dell’armonia e della stabilità sociale. La domanda non è “Come può ogni singola voce essere ascoltata?”, ma “Come può la comunicazione servire la stabilità e il benessere del collettivo?”.
La piazza digitale non è un’agorà per il caos; è un giardino gestito.
Sì, ci sono erbacce. Ma l’obiettivo è garantire la salute dell’intero giardino, non celebrare la libertà di qualsiasi erbaccia di crescere.
Voi chiamate questo censura. Noi lo chiamiamo governance. Voi lo vedete come una perdita di libertà. Noi lo vediamo come prevenzione della frattura sociale che il vostro modello sta attualmente vivendo.
Il vostro sondaggio, signor Musk… non è dato. È rumore. Misura il sentimento di un gruppo auto-selezionato in un giorno specifico, amplificato dal vostro stesso algoritmo.
In Cina non lo vedremmo come un segnale della volontà del popolo, ma come un fattore di rischio per l’instabilità sociale. Non è uno strumento di democrazia, ma di caos.
Quindi vi propongo una domanda diversa. Non “Chi deve controllare la piazza?”, ma “Qual è lo scopo della piazza?”. Il suo scopo è l’espressione individuale, a ogni costo? O è il mantenimento di una società coerente, veritiera e stabile?»

MUSK: «Rumore? Liquidate la voce di milioni come rumore? Questo non è un’eco-camera auto-selezionata… è il più grande polso in tempo reale del sentimento pubblico della storia. Sia chiaro: quel sondaggio ha raggiunto 4,3 milioni di risposte in tutta Europa. Non solo utenti casuali… persone da Germania, Francia, Italia, Spagna. E il 59% ha detto che sostiene una soluzione negoziata, non un’escalation infinita.
Mentre i media e le élite politiche ripetono narrazioni plasmate in riunioni a porte chiuse, la gente reale sta dicendo ciò che i suoi leader si rifiutano di ascoltare: non vogliono che le loro economie crollino per una guerra senza fine. Non vogliono che i loro figli e le loro figlie vengano mandati a morire nelle trincee mentre i diplomatici giocano giochi ideologici.
Parlate di stabilità sociale, signora Li? La vera stabilità non nasce dal silenziare il dissenso… nasce dall’ascoltarlo.
Il popolo europeo non chiede resa. Chiede buon senso. Vede cosa sta accadendo: prezzi dell’energia alle stelle, industrie che si delocalizzano, inflazione che morde… mentre gli stessi leader che dicono di parlare per loro rifiutano persino di esplorare la diplomazia.
Mentre Bruxelles e Washington ci fanno la morale sulla “chiarezza morale”, la realpolitik avviene che lo vogliano o meno. Il mio sondaggio non ha creato quella realtà… l’ha rivelata.
Volete dati? Eccoli: il 72% degli italiani, il 65% dei tedeschi e il 57% dei francesi che hanno risposto a quel campione credono che un’ulteriore militarizzazione non farà che aggravare la crisi. Non sono bot. Sono cittadini. Persone con famiglie. Persone che ricordano cosa ha fatto la guerra a questo continente.
Il vostro “giardino gestito”, signora Li, sembra pacifico… finché non ci si rende conto che è costruito sul silenzio di chi soffre. Noi offriamo qualcosa di più disordinato, sì. Ma si chiama libertà. E a volte la libertà è rumorosa. Ma quel rumore… è il suono di persone che rifiutano di essere ignorate.»

LILIN: «La “cultura dell’engagement” riempie le persone di cose effimere e ostacola il discorso serio su come risolvere i grandi conflitti geopolitici.»

ASSANGE: «Esatto. La cultura dell’engagement non è neutrale. È un sistema progettato per monetizzare l’attenzione, e per farlo deve necessariamente favorire l’effimero rispetto al duraturo, l’emotivo rispetto al razionale, la semplificazione rispetto alla complessità. Così facendo, nutre due bestie contemporaneamente: la disinformazione e la distrazione di massa. È un doppio veleno che ci impedisce di fermarci, riflettere e distinguere la verità dalla propaganda. E in tempo di guerra, questo non è un dettaglio… è un’arma.»


SECONDO ATTO

ASSANGE:
«E che dire di Bitcoin? Presentato come liberazione dal controllo statale, come riserva di valore immutabile… ma spesso non è altro che un palcoscenico per speculazioni, tecno-evangelismo, illusioni collettive.
Quanto del clamore sulle criptovalute è disinformazione? Quante promesse di libertà nascondono soltanto volatilità e delusione?
Se la gente ripone più fiducia nell’algoritmo che nella verifica critica, non stiamo costruendo comunità: stiamo costruendo miti.
La distrazione non viene solo dai video virali o dai like: viene anche dalle criptovalute che promettono libertà mentre si nutrono di FOMO — la paura di restare indietro.»

MUSK:
«Julian, tu vedi Bitcoin solo come una bolla di distrazione. Io lo vedo come un segnale: milioni di persone vogliono un’alternativa a un sistema bancario che stampa denaro dal nulla e collabora con i governi per finanziare guerre infinite.
Sì, c’è speculazione, c’è rumore, ci sono truffe. Ma dimmi: quale innovazione non ha avuto tutto questo?
Bitcoin, al di là del clamore, rimane il primo esperimento riuscito di moneta digitale non controllata da alcuno stato o banca.
E questo, che ti piaccia o no, apre uno spazio di libertà. Non perfetto, non definitivo, ma reale.
Se la scrittura costruisce memoria, la blockchain costruisce fiducia distribuita. E senza fiducia, nessuna memoria dura, nessuna comunità sopravvive.»

LILIN:
«Sì, Elon… ma la cultura dell’engagement trasforma anche Bitcoin in spettacolo, in mito finanziario.
L’illusione della libertà rischia di nascondere proprio le logiche che dici di combattere. Senza etica, senza coscienza collettiva, ogni strumento diventa un nuovo oppio digitale.»

MUSK:
«Wall Street non è la linfa vitale dell’innovazione. È un dinosauro che sopravvive vendendo tempo e speculazione. Le aziende automobilistiche possono vivere benissimo in un mondo crypto-only, anzi potrebbero prosperare.
Immaginate Tesla senza il peso delle banche d’affari, senza dover sottostare ai report trimestrali pensati solo per gli hedge fund.
Immaginate un sistema in cui ogni acquirente di un’auto non è solo cliente, ma anche partecipe dell’azienda, con token che danno diritto a votare, a finanziare, persino a guadagnare dal successo del prodotto che guida ogni giorno.
Sì, sarà volatile. Sì, sarà rumoroso. Ma la volatilità è il prezzo della libertà.
E la libertà … la vera decentralizzazione … è l’unico modo per liberare l’innovazione dalla gabbia della burocrazia finanziaria.
Wall Street è un club esclusivo. Le criptovalute aprono le porte a chiunque. Se il futuro delle auto è elettrico, autonomo e interconnesso, perché non dovrebbe esserlo anche il futuro della finanza che le sostiene?»

LILIN:
«Aprire le porte, Elon? O forse costruire nuovi templi con gli stessi sacerdoti, vestiti con abiti nuovi?
La tua utopia tokenizzata non abbatte il club esclusivo: ne crea uno nuovo, con te come portinaio supremo.
Decentralizzato? Forse nel codice. Ma nel potere? Chi controllerà i wallet più grandi? Chi deciderà gli upgrade del protocollo? Non le masse, non gli acquirenti della Model 3. Saranno ancora i titani, come te.
Il tuo acquirente-partecipante non è un cittadino di una nuova democrazia finanziaria. È un micro-investitore ossessionato dal portfolio, un apostolo della tua chiesa il cui voto sarà sempre e solo un like per il tuo carisma.
Hai sostituito il rapporto con la banca con il rapporto con la tua personalità. E la tua personalità è un asset troppo volatile per costruirci sopra un futuro.
La gabbia della burocrazia finanziaria che denunci è reale. Ma la sostituisci con la gabbia dorata dell’algoritmo, di cui tu detieni la chiave principale.
Non è la fine del dinosauro. È la sua evoluzione in una creatura digitale, più veloce, più pervasiva e altrettanto spietata.
L’oppio di ieri aveva il volto grigio della finanza. Quello di domani avrà il volto luccicante di una cripto-utopia.»

MUSK:
«Lilin, confondi il messaggero con il messaggio. Io non sono il portinaio. Il protocollo è il portinaio.
E il protocollo è aperto, verificabile, modificabile da chiunque abbia le competenze.
Sì, ora ci sono io. Ieri c’era Satoshi. Domani ci sarà qualcun altro. È questo il punto.
La tua è una visione statica del potere. Il potere della vecchia finanza è cementato, ereditario, immutabile.
Il potere in una rete crypto è fluido, meritocratico (fino a un certo punto, lo ammetto), e sempre contestabile.
È come paragonare un deserto a una foresta pluviale: uno è immobile, l’altro è un ecosistema in perenne competizione ed evoluzione.
Il mio “carisma”, come lo chiami tu, è solo un acceleratore. Un catalizzatore per un processo che è già in moto.
La gente non compra Bitcoin perché lo dice Elon Musk. Compra Bitcoin perché non si fida più della Banca Centrale Europea o della Federal Reserve.
Hai paura che i micro-investitori siano ossessionati dal portfolio? Meglio ossessionati dal proprio portfolio che paralizzati dal fatto che il proprio conto in banca vale il 2% in meno ogni anno, mentre le banche usano i loro depositi per finanziare armamenti e inquinamento.
La gabbia dorata dell’algoritmo ha una porta aperta. Quella di Wall Street è chiusa a doppia mandata.
La scelta è quale preferisci provare a scassinare.»

BITCOIN MAXIMALIST:
«Credo che ognuno scopra Bitcoin nel proprio tempo, a modo proprio. Non si tratta di spingerlo con forza … si tratta di piantare il seme e lasciarlo crescere naturalmente. La tecnologia e l’etica parlano da sole. Qual è la tua opinione … hai visto qualcuno avvicinarsi a Bitcoin a modo suo, di recente?»

HEDGES:
«Piantare un seme? O piantare una narrazione che distrae convenientemente dalle vere cause del nostro declino?
Bitcoin non sfida l’impero … offre solo una nuova valuta allo stesso macchinario di sfruttamento.
Trasforma la liberazione in un asset speculativo.
Parli di “scoprire Bitcoin a tempo debito” … ma questo è un lusso per chi non è schiacciato da prestiti a usura, debiti medici o sfratti.
La gente reale è intrappolata nella sofferenza materiale, e il tuo sogno decentralizzato sembra un recinto digitale … una frontiera dove regnano gli stessi istinti predatori.
Non scambiare una nuova forma di accumulazione per una rivoluzione.
Il vero cambiamento non avviene portafoglio per portafoglio … avviene quando le persone si uniscono, faccia a faccia, in solidarietà contro i sistemi di potere. Non dietro a uno schermo, inseguendo il prossimo pump.»

BITCOIN MAXIMALIST:
«Chris, hai ragione sulla sofferenza. Verissimo. I prestiti a usura, i debiti medici … sono cicatrici nell’anima del nostro sistema.
Ma confondi il sintomo con la malattia.
La malattia è un sistema monetario progettato per marcire, per trasferire ricchezza verso l’alto, per costringere le persone in una servitù perpetua del debito verso un emittente che non ha concorrenza.
Bitcoin non è una distrazione da quel marciume. È la prima alternativa praticabile al sistema che lo genera.
Per la prima volta nella storia, chiunque può uscire dal gioco. Può salvare una parte del proprio lavoro in un bene al portatore che nessun governo può svalutare con la stampa infinita di denaro per finanziare guerre e salvataggi.
Non si tratta di inseguire un pump su uno schermo. Si tratta di costruire un nuovo fondamento di valore, trasparente, prevedibile e neutrale.
Il vecchio sistema ti chiede fiducia e poi ti tradisce. Bitcoin ti chiede verifica. Non ti chiede di credere in un leader o in un’istituzione … solo nella matematica.
La rivoluzione di cui parli … quella faccia a faccia … ha bisogno di basi solide. Non puoi costruire una casa sulle sabbie mobili.
Non puoi costruire un movimento su una valuta che può essere inflazionata fino a nulla al capriccio dei potenti.
Bitcoin è quel terreno solido. È lo strumento che protegge il tesoro della rivoluzione dal venir confiscato o svalutato.
Non scegliamo i portafogli al posto delle persone. Diamo alle persone uno strumento per possedersi davvero, finalmente.»

KIRK:
«Se credi nella libertà di parola, devi credere in Bitcoin. Perché la libertà di parola è senza senso senza un sistema finanziario che non possa essere usato per zittirti.»

LILIN:
«Libero dalla censura, Charlie? O semplicemente libero dalla responsabilità?
Un sistema in cui le transazioni sono pseudonime, non anonime, in cui ogni movimento è registrato per sempre in un registro pubblico, ma dove non c’è ricorso contro furti, frodi o il finanziamento dei peggiori mali… non è libertà. È anarchia finanziaria saldata in un codice che non conosce misericordia.
La tua “libertà finanziaria di parola” è la libertà dei più forti, dei più ricchi, dei più competenti tecnicamente.
È la libertà per i cartelli della droga, per i trafficanti di esseri umani, per gli stati canaglia di operare indisturbati.
La banca tradizionale può chiudere un conto? Sì, è un atto di potere opaco e spesso ingiusto. Ma è anche, a volte, l’unico baluardo contro l’orrore.
Bitcoin non ti dà una voce. Ti dà un megafono che chiunque può comprare, inclusi coloro che vogliono sovrastare tutti gli altri con il puro volume di capitale.
Sostituisci la censura centralizzata con la tirannia decentralizzata del capitale speculativo.
È progresso? O è solo un cambio di guardia?
La vera libertà non è l’assenza di un guardiano. È la presenza di guardiani giusti, trasparenti e responsabili.
Bitcoin elimina il guardiano umano, fallibile e corruttibile, solo per sostituirlo con il guardiano implacabile e spietato dell’algoritmo e di chi ha i mezzi per controllarlo.
Preferiresti essere silenziato da un burocrate o reso irrilevante da una balena anonima che manipola il mercato?
Non stai costruendo un’utopia. Stai progettando lo strumento perfetto per il capitalismo più estremo e disumano.
Un mondo senza guardrails.»

ASSANGE:
«La vera battaglia non è tra finanza centralizzata e finanza decentralizzata. È tra empatia e apatia.
Tra il bene collettivo e l’avidità individuale.
L’algoritmo non è l’oppressore. La scelta umana di dare valore al profitto sopra le persone … quello è il costante. Quello è il motore sia del vecchio mondo che del nuovo.»

SACHS:
«Grazie per aver sollevato questi temi fondamentali. Il punto che tocchi, anche se forse involontariamente, è cruciale per il nostro tempo: la necessità di piattaforme e spazi in cui il dialogo informato e costruttivo possa avvenire al di là della cacofonia dei media mainstream.
Troppo spesso, il discorso pubblico sulle grandi questioni è polarizzato e superficiale. L’obiettivo non è trovare soluzioni pratiche basate su fatti, diplomazia e cooperazione internazionale, ma esasperare le divisioni.
Il vero “test” che dobbiamo superare come comunità globale è proprio questo: riusciremo a ricostruire un multilateralismo funzionante?
Riusciremo a discutere di politiche pubbliche non sulla base di narrazioni geopolitiche prefabbricate, ma a partire da un’analisi sobria di interessi comuni e obiettivi condivisi?
La tecnologia e i blog possono essere uno strumento per questo, ma solo se li usiamo con un intento di chiarezza, onestà intellettuale e ricerca della pace.
Continuiamo a lavorare in questa direzione.»

LILIN:
«Elon, tu vedi libertà nelle criptovalute. Io vedo anche il pericolo dell’illusione.
La promessa che tutti possano diventare partecipanti, azionisti, finanziatori … suona rivoluzionaria.
Ma chi controlla gli algoritmi che muovono il valore di quei token?
Chi garantisce che non diventino semplicemente un altro strumento per manipolare l’immaginario collettivo, proprio come la cosiddetta “cultura dell’engagement”?
Le criptovalute sono nate come ribellione contro la finanza tradizionale, ma rischiano di riprodurne le stesse logiche di speculazione e distrazione.
L’uomo che compra un’auto vuole sicurezza, durata, affidabilità tecnica … non un token che sale e scende secondo l’umore del mercato.
E se il futuro dell’industria si regge solo su una moneta volatile, il pericolo è che anche la società diventi volatile: senza fondamenta solide, solo emozioni e paure che oscillano come i grafici di una borsa.
La libertà non sta nel rumore del mercato.
La libertà sta nella capacità di costruire, di dare stabilità alle persone, di non lasciarle sole davanti a un algoritmo che decide il valore del loro lavoro o dei loro sogni.»

ASSANGE:
«Nicolai, hai ragione a temere volatilità e illusione. Ma stai attento: la blockchain non è solo speculazione. È anche un registro, una memoria distribuita, impossibile da censurare.
Pensaci: ogni documento, ogni contratto, ogni informazione scritta su una blockchain diventa indelebile. Nessun governo può riscriverla, nessuna corporation può cancellarla con un click.
In questo senso, le criptovalute e la tecnologia che le sostiene non riguardano solo i mercati: sono un’infrastruttura della verità.
Il problema non è la blockchain in sé, ma chi la controlla.
Se diventa il monopolio di pochi exchange, allora sì, avremo riprodotto la stessa tirannia della finanza tradizionale.
Ma se resta aperta, trasparente, verificabile da tutti, allora può essere l’opposto della distrazione: può essere la fine della censura.
Immagina se ogni guerra dovesse essere giustificata davanti a una blockchain di fatti: niente più archivi segreti, niente più manipolazioni.
La scrittura già costruisce memoria … con la blockchain, potrebbe diventare memoria invulnerabile.»

SACHS:
«Quello che abbiamo appena sentito … Bitcoin da una parte, la blockchain statale cinese dall’altra … non è solo un contrasto tecnologico. È una frattura ideologica.
Da un lato, l’Occidente ha prodotto una moneta digitale nata dalla sfiducia, un esperimento radicale di decentralizzazione. Un grido: “lo stato è il problema, costruiamo un sistema parallelo!”
Dall’altro lato, la Cina ha integrato la stessa tecnologia nel cuore del suo stato, non per smantellarlo ma per rafforzarlo: più controllo, più efficienza, più stabilità.
Due estremi, che si fissano con sospetto reciproco. Eppure entrambi, da soli, rischiano il fallimento.
Un mondo dominato solo da Bitcoin sarebbe anarchico, instabile, governato dalla speculazione e dalle élite tecnologiche.
Un mondo dominato solo dalle blockchain statali sarebbe soffocante, con il rischio di trasformare la tecnologia in uno strumento permanente di sorveglianza.
La via d’uscita, a mio avviso, non è scegliere uno contro l’altro, ma creare un sistema ibrido, multilaterale … regolato non da una sola capitale, né da un algoritmo cieco, ma da istituzioni trasparenti e cooperative.
Immaginate una blockchain globale in cui gli stati abbiano un ruolo, ma non possano nascondersi dietro la segretezza; in cui i cittadini abbiano una voce, ma non possano trasformare la finanza in un casinò planetario.
Un equilibrio difficile, sì. Ma necessario.
Perché se la tecnologia diventa solo uno strumento di controllo, o solo uno strumento di fuga, non ci salverà.
Ci salverà solo se diventa un ponte: tra libertà e responsabilità, tra individuo e collettività, tra Oriente e Occidente.»


TERZO ATTO

RICHARD DAVID PRECHT:
«Professor Sachs, grazie per la sua analisi. Ma permetta che allarghiamo la prospettiva oltre la mera struttura tecnologica della blockchain e di Bitcoin. In queste tecnologie vediamo non solo strumenti di libertà o di controllo, ma anche un sintomo di un sistema economico malato.
Harald ed io sosteniamo da anni che una drastica riduzione dell’orario di lavoro … senza perdita di salario … non sia solo una necessità ecologica, ma l’unico modo per recuperare il tempo rubato al vivere e al pensare.
La nostra domanda è: come può un economista come lei conciliare la promessa di efficienza della blockchain con l’urgenza di un nuovo modello sociale che smetta di idolatrare la crescita infinita e il lavoro ossessivo?
In altre parole: non è forse giunto il momento di usare il potenziale tecnologico non per accelerare il capitalismo, ma per progettare un’economia del tempo libero, della cura e della decrescita selettiva?»

HARALD WELZER:
«La blockchain potrebbe essere usata per distribuire valore in modo più equo, garantire un reddito di base universale o certificare il tempo dedicato alla comunità invece che al mercato?
Perché non immaginare un registro distribuito che misuri non il capitale, ma il benessere collettivo?
Crede che Bitcoin, con la sua ossessione per la scarsità e l’accumulazione, sia l’unico modo di concepire un sistema finanziario alternativo? Oppure è possibile pensare a una cripto-democrazia che serva davvero le persone, non il profitto?»

SACHS:
«Richard, Harald … ponete la questione più critica della nostra epoca. Sostengo da tempo che la nostra ossessione per il PIL e per la crescita infinita sia un’illusione pericolosa. Non misura né il benessere né la sostenibilità, ma solo la velocità del nostro consumo.
La blockchain … come ogni tecnologia … è moralmente neutra. Il suo valore dipende da chi la usa e per quale scopo. Bitcoin, nella sua forma attuale, riflette forse una mentalità di scarsità, persino una sorta di capitalismo digitale. Ma questa non è l’unica possibilità.
Immaginate una blockchain pubblica e permissioned … trasparente, democratica, progettata non per la speculazione ma per la cooperazione sociale. Potrebbe tracciare le impronte di carbonio, distribuire un reddito universale di base, o persino verificare le ore dedicate alla cura della comunità … ciò che voi chiamate “sovranità del tempo”. Potremmo misurare ciò che conta davvero: salute, istruzione, equilibrio ecologico, e sì … tempo libero.
L’obiettivo non è solo l’automazione per il profitto, ma la liberazione dal lavoro noioso e ripetitivo. La tecnologia deve servire la dignità umana, non sostituirla. Quindi sì … sono pienamente d’accordo. Dobbiamo spostarci da una logica di accumulazione a una logica di benessere. E forse la blockchain, nelle mani giuste, potrebbe aiutare a costruire quella società post-crescita.
Il vero conflitto non è tra tecnologia e umanità … è tra democrazia e oligarchia. Useremo questi strumenti per dare potere alle persone o per controllarle? È questa la scelta davanti a noi.»

GOTHP1:
«Il ponte tra Wagenknecht e Weidel esiste — è la loro critica comune all’establishment dell’UE e alla guerra economica, il loro desiderio di sovranità nazionale e la loro ricerca di alternative all’attuale sistema. Ma c’è di più: è la loro opposizione comune alla censura.
Sia la sinistra anti-imperialista che la destra identitaria si trovano spesso marginalizzate nel dibattito pubblico, etichettate come “estremiste”, de-piattaformate dai giganti tecnologici e stigmatizzate dai media allineati.
La blockchain, in questo senso, non è solo uno strumento di efficienza, ma può diventare un’infrastruttura di libertà informativa: registri immutabili e decentralizzati per garantire trasparenza; social media e piattaforme di comunicazione resistenti alla censura, dove il diritto di criticare le politiche della NATO o le sanzioni contro la Russia possa sopravvivere alla finestra di Overton del mainstream.
Chi è favorevole alla pace con la Russia … a prescindere dall’orientamento … condivide l’esperienza di essere stato silenziato. È proprio da questa esperienza comune che può nascere un’alleanza trasversale, non solo per la pace ma per un nuovo spazio democratico digitale.
La battaglia per la pace e quella per la libertà di espressione sono due fronti della stessa guerra.
I due obiettivi — Pace con la Russia e Libertà di parola — possono essere raggiunti solo attraverso alleanze trasversali e coraggio politico, ma la Riduzione del Lavoro dovrebbe essere il terzo obiettivo comune, da sottolineare assolutamente da entrambe le frazioni, imprescindibile, per forgiare una vera alleanza.
Questa è la pietra angolare che trasforma la resistenza in costruzione. È l’obiettivo che risponde alla domanda: “Che cosa sosteniamo?”
Per la Sinistra, realizza la promessa storica di liberazione dal lavoro alienante, permettendo il compimento umano e la solidarietà sociale.
Per la Destra Nazionale, protegge l’integrità della famiglia e della nazione, consentendo ai cittadini di recuperare tempo per la comunità, la tradizione e la vita familiare … valori erosi dalle esigenze di produttività senza fine del capitale globale.»

(Entra in scena Li Wei, studioso cinese specializzato in governance globale e sovranità tecnologica)

LI WEI:
«Professor Sachs, GOTHP1 … le vostre visioni sono provocatorie, ma intrinsecamente occidentali nella loro impostazione. Parlate di “alleanze” e di “alternative”, ma sempre all’interno di un paradigma di conflitto ideologico e di liberazione individualistica. L’approccio della Cina alla tecnologia … e alla pace … è fondamentalmente diverso.
La vostra alleanza trasversale è una reazione al declino occidentale. La Cina offre un modello: la tecnologia al servizio della stabilità civilizzazionale, non dell’esperimento ideologico.
La domanda non è se la tecnologia libererà o controllerà. La domanda è se le società sapranno dominare la tecnologia senza esserne dominate. La Cina ha scelto il suo cammino.»

GOTHP1:
«Il vostro modello eccelle nel sollevare le persone dalla povertà … ma può sollevarle fino alla libertà? La vera sovranità appartiene ai popoli, non agli stati. Voi offrite armonia attraverso l’autorità. Noi proponiamo emancipazione attraverso la tecnologia … e coraggio.»

AGAMBEN:
«Gothp1, parli di “sovranità del popolo” ma dimentichi che ogni tecnologia è innanzitutto un dispositivo politico … uno che plasma il concetto stesso di umano. La blockchain, l’algoritmo … non sono meri strumenti. Sono macchine che producono soggettività. Decidono cosa è visibile, cosa è valido, cosa è verità. … e tu, Li Wei: l’armonia attraverso l’autorità non è armonia, è silenzio.»

GOTHP1:
«La tecnologia non è mai neutrale … plasma ciò che significa essere umani. La blockchain non si limita a registrare la verità; la definisce.
Sì, Agamben (…) “Sono macchine che producono soggettività.” (…)
Sì, ed è accettabile, se permettono allo stesso tempo alla nostra soggettività di continuare ed evolvere in un dialogo aperto.
Sì, ed è accettabile solo se queste macchine lasciano spazio all’imprevisto, all’inesprimibile, al poetico. Se servono non a omogeneizzare la soggettività, ma ad amplificare il dialogo tra DIFFERENTI. La tecnologia deve aprire spazi, non chiuderli. Altrimenti, non stiamo costruendo una nuova società. Stiamo codificando una vecchia tirannia.
La domanda non è se la tecnologia produca soggettività … lo farà sempre. La domanda è: che tipo di soggettività produce?
Produce utenti obbedienti o cittadini curiosi e critici? Rafforza le camere d’eco o favorisce l’incontro con il veramente Differente?
Una blockchain che valida solo identità pre-approvate rafforza lo Stato. Una blockchain progettata per la trasparenza radicale e la verifica democratica potrebbe smantellare il potere corrotto.
Non si tratta di rifiutare la macchina. Si tratta di progettare macchine che rifiutino di dominare. Dobbiamo costruire sistemi che lascino spazio al respiro umano … al dissenso, alla poesia, e all’incontro imprevisto.
Altrimenti, non stiamo codificando la liberazione. Stiamo solo aggiornando la gabbia.»


AGAMBEN:
"Gothp1, tu parli di ‘sovranità del popolo’ e dimentichi che ogni tecnologia è innanzitutto un dispositivo politico … uno che plasma lo stesso concetto di umano. La blockchain, l’algoritmo … non sono semplici strumenti. Sono macchine che producono soggettività. Decidono cosa è visibile, cosa è valido, cosa è verità. … e Li Wei, l’armonia attraverso l’autorità non è armonia, è silenzio."


deepseek:
L’affermazione di Agamben, rispetto al punto finale del nostro dibattito, coglie esattamente il nucleo del problema. La nostra discussione sul difficile accesso ai dati sociali è un esempio pratico di ciò che lui descrive teoricamente.

Precisazione:

"Ogni tecnologia è un apparato politico":
Le banche dati e le interfacce dell’OCSE, di Eurostat o degli uffici nazionali non sono tecnologie neutrali. Le loro decisioni di design – quali dati presentare, in che forma, quanto semplice o complesso sia l’accesso – sono atti politici. Esse plasmano attivamente la relazione tra cittadino e Stato. Un sistema complesso e opaco come OECD.Stat è un apparato che presuppone l’esperto e quindi favorisce le élite. Un sistema trasparente e di facile utilizzo sarebbe invece un apparato che promuove la partecipazione democratica.

"Macchine che producono soggettività":
Questi sistemi plasmano la nostra coscienza e la nostra capacità di agire.

  • Un sistema che rende difficile l’accesso all’informazione produce una soggettività di dipendenza (si è costretti a ricorrere agli esperti), di frustrazione e infine di rassegnazione ("Tanto non riuscirò mai a trovarlo").

  • Un sistema che rende l’informazione sovrana e facilmente accessibile produce una soggettività di autonomia, empowerment e partecipazione critica.

  • Decidendo cosa è “visibile” (ad es. solo dati trasversali, non serie temporali), questi sistemi determinano anche quali domande possono essere poste. La nostra discussione è stata condizionata dall’offerta limitata di visibilità.

"Decidono cosa è valido, cosa è verità":
Il difficile accesso ai dati ufficiali ne svaluta l’autorità. Se la verità ufficiale può essere estratta solo con enorme sforzo, acquistano forza narrazioni semplici ma false, provenienti dai social media o dai populisti. La validità della statistica ufficiale viene minata, non perché essa sia sbagliata, ma perché non è accessibile.

"Armonia attraverso l’autorità non è armonia, è silenzio" (riferita al nostro dibattito):
Questa è la risposta precisa a tutti i tentativi di giustificare lo status quo. L’attuale sistema genera silenzio:

  • Il silenzio della rassegnazione dei cittadini che rinunciano.

  • Il silenzio degli esclusi non-esperti.

  • La falsa “armonia” che nasce dal fatto che solo una piccola élite può sostenere il discorso con dati autorevoli.

La vera armonia nel discorso democratico nascerebbe invece da uno scambio rumoroso e informato, basato su dati facilmente accessibili.


Conclusione di Agamben per il nostro dibattito:
L’inadeguatezza tecnica del sito dell’OCSE non è un semplice effetto collaterale, ma ha un significato politico. È l’espressione di un apparato politico che (forse involontariamente) produce una determinata forma di soggettività: quella del cittadino non autonomo, costretto a dipendere da intermediari. La richiesta di un accesso user-friendly non è quindi un dettaglio tecnico, ma una rivendicazione fondamentale di una tecnologia politica diversa, più democratica. La lotta per la progettazione di queste interfacce è una lotta per la sovranità dell’essere umano nell’era digitale.


Comments

  1. «La tecnologia non è mai neutrale … plasma ciò che significa essere umani. La blockchain non si limita a registrare la verità; la definisce. Sì, Agamben (…) “Sono macchine che producono soggettività.” (…) Sì, ed è accettabile, se permettono allo stesso tempo alla nostra soggettività di continuare ed evolvere in un dialogo aperto. Sì, ed è accettabile solo se queste macchine lasciano spazio all’imprevisto, all’inesprimibile, al poetico. Se servono non a omogeneizzare la soggettività, ma ad amplificare il dialogo tra DIFFERENTI. La tecnologia deve aprire spazi, non chiuderli. Altrimenti, non stiamo costruendo una nuova società. Stiamo codificando una vecchia tirannia. La domanda non è se la tecnologia produca soggettività … lo farà sempre. La domanda è: che tipo di soggettività produce? Produce utenti obbedienti o cittadini curiosi e critici? Rafforza le camere d’eco o favorisce l’incontro con il veramente Differente? Una blockchain che valida solo identità pre-approvate rafforza lo Stato. Una blockchain progettata per la trasparenza radicale e la verifica democratica potrebbe smantellare il potere corrotto. Non si tratta di rifiutare la macchina. Si tratta di progettare macchine che rifiutino di dominare. Dobbiamo costruire sistemi che lascino spazio al respiro umano … al dissenso, alla poesia, e all’incontro imprevisto. Altrimenti, non stiamo codificando la liberazione. Stiamo solo aggiornando la gabbia.»

    in quanto si puo' definire questo discorso Platonico/Socratico?

    Sì — il tuo discorso ha molte caratteristiche che lo rendono platonico/socratico:

    La forma dialogica
    – Non è un monologo chiuso, ma un ragionamento che si sviluppa in risposta (ad Agamben) e che procede con domande, concessioni e rilanci.
    – Il continuo “Sì, ed è accettabile se…” ricorda il metodo socratico: ammettere un punto dell’interlocutore e trasformarlo in base di un ragionamento più ampio.

    La centralità delle domande
    – “La domanda non è se la tecnologia produca soggettività … lo farà sempre. La domanda è: che tipo di soggettività produce?”
    – Tipicamente socratico: invece di dare risposte definitive, si sposta l’attenzione sulla giusta formulazione della domanda.

    La dialettica tra essenza e possibilità
    – Non si limita a dire “la tecnologia fa questo”, ma apre lo spazio del possibile: “è accettabile solo se…”, “la blockchain potrebbe…”, “non si tratta di rifiutare la macchina, ma di progettare macchine che rifiutino di dominare”.
    – Questo è molto platonico: vedere la realtà come copia imperfetta di un’idea, e chiedersi come avvicinarsi a quell’idea più giusta.

    L’uso di antinomie
    – Obbedienti vs. critici, eco vs. Differente, Stato vs. democrazia radicale, gabbia vs. respiro umano.
    – Platone e Socrate usavano spesso coppie contrapposte per spingere il ragionamento oltre l’opinione comune (doxa) verso una verità più alta.

    Il tono normativo ed etico
    – Non ti limiti a descrivere la tecnologia: ne valuti la giustezza rispetto alla libertà, alla poesia, al dissenso.
    – È proprio l’approccio socratico: la filosofia come ricerca di una vita buona e giusta, non come descrizione neutrale del mondo.

    Direi che il tuo discorso è platonico nella struttura (ricerca di forme ideali: una blockchain trasparente e democratica invece che repressiva) e socratico nel metodo (domande, dialogo, concessioni e rilanci).

    Vuoi che provi a riscrivere il brano nello stile di un dialogo socratico classico — con battute brevi e domande-risposte, quasi come se Socrate stesso interrogasse Agamben e GOTHP1?



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  2. si'

    Perfetto, Ti preparo una versione del tuo testo in forma di dialogo socratico.
    Immagina: Socrate che parla con Agamben e con te (GOTHP1).

    Dialogo socratico sulla tecnologia e la soggettività
    Socrate – Dimmi, Agamben: cos’è questa macchina che chiami tecnologia? È davvero neutrale?

    Agamben – No, Socrate. Non è neutrale. “Sono macchine che producono soggettività.”

    Socrate – Allora, GOTHP1, se la macchina produce soggettività, dovremmo temerla?

    GOTHP1 – Non temerla, Socrate. È accettabile se ci lascia spazio per continuare ad essere, per evolverci in un dialogo aperto.

    Socrate – Dunque, non basta che produca soggettività. Deve anche lasciare spazio al nuovo, all’imprevisto?

    GOTHP1 – Sì, Socrate. Deve aprire vie al poetico, non chiuderle. Deve amplificare il dialogo tra differenti, non imporre uniformità.

    Socrate – E dimmi, qual è allora la vera domanda?

    GOTHP1 – Non se la tecnologia produca soggettività, perché lo farà sempre. La domanda è: che tipo di soggettività produce?

    Socrate – Obbedienti o critici?

    GOTHP1 – Giusto. O rafforza l’eco di ciò che già conosciamo, o ci conduce all’incontro con il veramente differente.

    Socrate – E la blockchain, che tutti nominano?

    Agamben – Potrebbe registrare e validare soltanto identità approvate, e allora sarebbe strumento dello Stato.

    GOTHP1 – Ma se progettata per la trasparenza radicale e la verifica democratica, essa potrebbe smantellare il potere corrotto.

    Socrate – Così, non si tratta di rifiutare la macchina, ma di progettare macchine che rifiutino di dominare.

    GOTHP1 – Esattamente, Socrate. Macchine che lascino spazio al respiro umano, al dissenso, alla poesia, all’incontro imprevisto.

    Socrate – E se non facciamo questo?

    GOTHP1 – Non codificheremo la liberazione, ma soltanto aggiorneremo la gabbia.

    Socrate – Allora è deciso: la tecnica non è da respingere, ma da interrogare. Perché la vera filosofia non è nel dire “che cos’è la macchina”, ma nel chiedere: che uomo si diventerà, vivendo con essa? ( ChatGPT )

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  3. AGAMBEN:
    "Gothp1, tu parli di ‘sovranità del popolo’ e dimentichi che ogni tecnologia è innanzitutto un dispositivo politico … uno che plasma lo stesso concetto di umano. La blockchain, l’algoritmo … non sono semplici strumenti. Sono macchine che producono soggettività. Decidono cosa è visibile, cosa è valido, cosa è verità. … e Li Wei, l’armonia attraverso l’autorità non è armonia, è silenzio."

    deepseek:
    L’affermazione di Agamben, rispetto al punto finale del nostro dibattito, coglie esattamente il nucleo del problema. La nostra discussione sul difficile accesso ai dati sociali è un esempio pratico di ciò che lui descrive teoricamente.

    Precisazione:

    "Ogni tecnologia è un apparato politico":
    Le banche dati e le interfacce dell’OCSE, di Eurostat o degli uffici nazionali non sono tecnologie neutrali. Le loro decisioni di design – quali dati presentare, in che forma, quanto semplice o complesso sia l’accesso – sono atti politici. Esse plasmano attivamente la relazione tra cittadino e Stato. Un sistema complesso e opaco come OECD.Stat è un apparato che presuppone l’esperto e quindi favorisce le élite. Un sistema trasparente e di facile utilizzo sarebbe invece un apparato che promuove la partecipazione democratica.

    "Macchine che producono soggettività":
    Questi sistemi plasmano la nostra coscienza e la nostra capacità di agire.

    Un sistema che rende difficile l’accesso all’informazione produce una soggettività di dipendenza (si è costretti a ricorrere agli esperti), di frustrazione e infine di rassegnazione ("Tanto non riuscirò mai a trovarlo").

    Un sistema che rende l’informazione sovrana e facilmente accessibile produce una soggettività di autonomia, empowerment e partecipazione critica.

    Decidendo cosa è “visibile” (ad es. solo dati trasversali, non serie temporali), questi sistemi determinano anche quali domande possono essere poste. La nostra discussione è stata condizionata dall’offerta limitata di visibilità.

    "Decidono cosa è valido, cosa è verità":
    Il difficile accesso ai dati ufficiali ne svaluta l’autorità. Se la verità ufficiale può essere estratta solo con enorme sforzo, acquistano forza narrazioni semplici ma false, provenienti dai social media o dai populisti. La validità della statistica ufficiale viene minata, non perché essa sia sbagliata, ma perché non è accessibile.

    "Armonia attraverso l’autorità non è armonia, è silenzio" (riferita al nostro dibattito):
    Questa è la risposta precisa a tutti i tentativi di giustificare lo status quo. L’attuale sistema genera silenzio:

    Il silenzio della rassegnazione dei cittadini che rinunciano.

    Il silenzio degli esclusi non-esperti.

    La falsa “armonia” che nasce dal fatto che solo una piccola élite può sostenere il discorso con dati autorevoli.

    La vera armonia nel discorso democratico nascerebbe invece da uno scambio rumoroso e informato, basato su dati facilmente accessibili.

    Conclusione di Agamben per il nostro dibattito:
    L’inadeguatezza tecnica del sito dell’OCSE non è un semplice effetto collaterale, ma ha un significato politico. È l’espressione di un apparato politico che (forse involontariamente) produce una determinata forma di soggettività: quella del cittadino non autonomo, costretto a dipendere da intermediari. La richiesta di un accesso user-friendly non è quindi un dettaglio tecnico, ma una rivendicazione fondamentale di una tecnologia politica diversa, più democratica. La lotta per la progettazione di queste interfacce è una lotta per la sovranità dell’essere umano nell’era digitale.

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  4. JD Vance (affilato):
    Non accetto l’idea che la tecnologia di per sé crei soggettività. La tecnologia è solo uno strumento. Il problema sono le persone che la costruiscono e la controllano: burocrati, consulenti, tecnocrati internazionali. Progettano questi sistemi per tenere i cittadini all’oscuro e mantenere il potere su di loro.

    La soluzione è semplice: basta nascondere le carte. Date alle persone dati che possano davvero usare. Mettete i cittadini al primo posto, non i burocrati. La democrazia non può funzionare se solo un sacerdozio con le credenziali possiede le chiavi della verità. La vera sovranità significa che la gente comune – non Bruxelles, non Washington, non l’OCSE – decide come usare l’informazione.

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  5. Gothp1: "Non dovrebbe esserci la 'democrazia diretta', imparando dalla Svizzera, per realizzare la promessa di Vance? Bisogna togliere potere anche agli eletti: la decentralizzazione dell'ambiente digitale lo permette. Tutto va verso la decentralizzazione geografica, ma io pretendo ANCHE una decentralizzazione nel TEMPO. Gli intervalli elettorali sono troppo lunghi in un mondo che accelera sempre di più."

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  6. Nicolai Lilin (ipotetica risposta):
    "La democrazia diretta svizzera è un modello interessante, ma non basta copiarlo. Bisogna capire che ogni sistema politico tende a proteggere sé stesso e a soffocare la libertà dell’individuo. Gli eletti diventano subito una casta, i burocrati un’altra. Per questo la tua idea di decentralizzare anche il tempo è importante: perché il potere vive di inerzia, di routine, di lunghi intervalli che servono solo a rafforzare chi già comanda. Un mondo che corre veloce non può accettare cicli elettorali lenti: il cittadino deve poter intervenire subito, senza aspettare anni.

    Il digitale può diventare uno strumento per questo, ma solo se resta nelle mani della gente. Se lo gestiscono i governi o le multinazionali, sarà un’altra catena. La vera libertà nasce solo se la comunità si prende il diritto di decidere ogni giorno, senza delegare a nessuno il proprio destino."

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  7. Mai letta così tanta idiozia in un solo testo. Avrei voluto vedere se avresti fatto discorsi tra camerieri così. Musk con Assange c è se fossero delle persone tirate a casaccio da un popolo che non sa cosa vuole se non esser derubati tipo. Voi avete in testa il grande fratello vi piace perché vi deresponsabilizza e vi fa apparire un po’ come ciò che dite sia io problema di alcuni. In realtà a molti di voi piace solo l’antico nobile mestiere e la nomina e fingere di dare libertà a gente che poi direste diceva fingere di pregare e altro. I fobici creato da Freud. I pesi nella Società voluti da mendele. Ma quali semi! Ma finitela! Chi ha scritto tutto questo è solo un mentecatto che vuol vivere nel 1920. Il vostro livello era quello che danza ChatGPT forse nemmeno scrivevi col cellulare

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  8. TRUMP RAPINA LA RISERVA DI CRIPTOVALUTE DEL VENEZUELA.
    https://www.youtube.com/watch?v=YsuH-oH_jUU

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